In risposta alle false credenze sulle scuole di scrittura.

Nei giorni scorsi si è fatto un gran parlare di un articolo apparso su Linkiesta a nome di Davide Brullo, dal titolo esplicativo Vuoi fare lo scrittore? Le scuole di scrittura creativa sono un imbroglio (ed è meglio che tu lo sappia).

Tolgo ogni dubbio: avendo letto anche altri post dello stesso autore, l’idea che mi sono fatto è che più che sostenere una tesi faccia come quei pescatori di frodo che lanciano una bomba in acqua e poi guardano i pesci affiorare, più per il quantitativo di pescato che non per un reale interesse nella pesca. Minimo rischio, massimo sforzo, like e condivisioni a iosa, via col prossimo pezzo; ce ne sono.

Però sono state molte le persone, anche sulla mia bacheca Facebook, che hanno rilanciato condividendo ciò che Brullo dice; farò quindi una piccola riflessione sulle scuole di scrittura, che coinvolge il pezzo e interventi letti successivamente non dello stesso autore, in modo che si capisca il mio punto di vista.

Qualcuno sa che insegno scrittura da qualche anno; e qualcuno ha seguito i miei corsi. La scuola non si è mai ufficialmente strutturata, nel senso: non ho notoriamente una metodologia di insegnamento replicabile e anche all’interno dello stesso corso, tenuto in sedi diverse, càpita che proponga esercizi totalmente diversi o con varianti decisive. Questo perché calo ogni lezione sul gruppo di persone che si presenta, le faccio collaborare, ognuna di loro deve sapere quanto prima il nome di ogni altra e deve poter interagire con chiunque altra: è il solo modo che ammetto per poter dire ciò che penso di poter dire. La gran parte degli esercizi è di mia invenzione; a volte mi è successo di farne tenere uno proposto da un allievo, o che io stesso avevo svolto qualche giorno prima, o letto in qualche manuale.

Detto questo, partiamo dal primo punto. Una scuola di scrittura non ha come obiettivo quello di creare dei Carrère. Prima di tutto perché – e qui mi inalbero: alcune delle obiezioni lette sono state fatte in malafede – non tutti vogliono diventare dei Carrère: io, per esempio, mi ispiro ad autori completamente diversi da lui, e a volte, udite udite, completamente diversi da me. Carrère, come si dice, non è la mia: la mia è Camus – senza paragonarmi a Camus -, la mia è Hrabal – senza paragonarmi a Hrabal -, la mia è Dostoevskij – senza paragonarmi a Dostoevskij -, Brautigan, eccetera. Ciò non toglie che possa leggere con gusto Carrère (che pure leggo con poco gusto: non mi appassiona così tanto, come Ernaux, come vari altri, pur riconoscendone il valore). Allo stesso modo posso suggerire la lettura di autori che abbiano un taglio stilistico completamente diverso rispetto a quello che segue la persona cui sto rivolgendo il consiglio, o argomenti completamente diversi: mille possono essere i motivi, incluso che leggere libri belli è bello. Secondo, perché una scuola di scrittura non è una scuola di pubblicazione.

Ma su questo dobbiamo fermarci un attimo. Prima di ogni corso sottolineo alcune regole tipiche del mio modo di insegnare, una delle quali è che chi viene per pubblicare resterà deluso. Per svariati motivi: si può pubblicare e non essere pagati dall’editore, pubblicati e non distribuiti, pubblicati e non vendere nonostante un’eccellente distribuzione, pubblicati e non essere letti, pubblicati e non essere recensiti, pubblicati ed esser recensiti in maniera negativa, pubblicati e non esser letti dalle persone che amiamo o stimiamo. Provate a pensare di entrare nella casa della persona che amate e notare il vostro libro a distanza di mesi ancora incellophanato; credo sia un’immagine ben triste, per me più triste che non firmare un contratto. Pubblicare, come si dice, può essere un plus; e chi mi ha seguito nel tempo sa che ormai una piacevole costante sono i concorsi di racconti a carattere nazionale vinti da chi segue i miei corsi, le pubblicazioni su riviste su web o cartacee, la partecipazione ad antologie di racconti, cui si è aggiunta da qualche giorno la prima firma per una casa editrice importante.

Allora di cosa si occupano le scuole di scrittura? Di far scrivere, in primis. E scrivere è un’arte, curiosamente l’unica per la quale i detrattori non prevedono alcuna forma di nozionismo né alcuna forma di insegnamento. Se vuoi suonare la viola puoi avere un insegnante, dipingere anche – ma già qui qualcuno è pronto a tirar fuori Fontana o Fontana di Duchamp, la merda d’artista di Manzoni, o confondere un Pollock con schizzi a caso sulla tela -; se vuoi scolpire è comprensibile, e persino scontato, che qualcuno ti insegni a usare martelli, scalpelli, fin le raspe, e se vuoi danzare accetti che un’insegnante di fronte a uno specchio ti corregga la posizione della spina dorsale. Ciò non vale per la scrittura, per cui la spina deve esser già dritta, lo scalpello sporco di polvere, la composizione dei colori delle ombre chiara in mente. Ormai conosciamo le prime obiezioni: Michele Mari non ha seguito scuole di scrittura, Rimbaud nemmeno, eccetera. Posto che non trovo corretto prendere gli esempi più alti di un’espressione artistica e applicarli a chiunque – Tyson andò a scuola di pugilato, vero, ma a dodici anni avrebbe già menato tutti noi, compresi quelli che si sentono sul ring dei ballerini -, mi viene da dire che Rimbaud era alfabetizzato in un periodo storico in cui era analfabeta una persona su due, gli incontri di pugilato si svolgevano a mani nude o con involti intinti nel petrolio per indurire le nocche e non avevano durata, dello stato d’indigenza della popolazione diceva benissimo Zola e tutti ricordiamo L’Absinthe di Degas. Ossia: se tutto il contesto non funziona allo stesso modo non puoi applicare le stesse categorie valutative, pena non essere onesto intellettualmente. Non sto dicendo che Rimbaud non fosse ciò che fu – uno dei massimi poeti della storia, lo sappiamo -, ma che indicare un esempio decontestualizzandolo dal resto non è cosa seria. Qual è allora la situazione odierna? Non quella che trovo molto poco rispettosa di chi si iscrive a un corso, ossia: la foia di pubblicare (i preconcetti, che danni che fanno), quanto una capacità linguistica e grammaticale più o meno sviluppata unita a una serie di idee e una serie di impedimenti.

E qui c’è un punto importante: le scuole di scrittura – quelle cui ho preso parte e quelle che ho tenuto – non dicono cosa si deve fare, ma molto spesso (e se sono serie) lavorano su cosa si possa smettere di fare. E prestate attenzione agli operatori modali: non dicono “si deve”, ma dicono “puoi”. Ossia: prima di lavorare su una qualsiasi strutturazione del testo si prendono del tempo e degli spazi sotto forma di esercizi per capire quale concetto stia alla base del problema, capire se tale concetto si è formato in base a quale dinamica psicologica, lavorare in un contesto ecologico per la soluzione del problema rispettando la stabilità del corsista. Questi pezzi dicono che le persone si aspettano di sentirsi dire: son bravo o non sono bravo; io molto più spesso dico: Cosa ti ha portato a cercare di narrare la storia che mi vuoi narrare, e quali sono i pezzi della storia che stai omettendo, e perché?

Tutto questo, e qui sta una indubbia difficoltà che ogni insegnante serio si trova a fronteggiare, avendo di fronte l’inevitabile fallimento (se un allievo non fallisce durante il corso, il corso non gli è stato utile), e dovendo nel contempo lavorare su un obiettivo. Come se si insegnasse a nuotare mentre si nuota; non è così facile apprendere un nuovo stile mentre si ha paura di affogare se si lascia il vecchio.

Faccio un esempio. Nel corso che sto tenendo, dietro suggerimento di un altro insegnante, ho fatto scrivere un racconto brutto; la liberazione dal vincolo estetico permette di eliminare uno dei vari blocchi di fronte alla pagina bianca, una resistenza che si propone sotto forma di “Scriverò quando avrò qualcosa di interessante da dire”.

Aggiungo una serie di puntualizzazioni circostanziate all’articolo di Brullo (in grassetto corsivo).

>>>Tutti sanno che l’unico, autentico insegnante di ‘scrittura creativa’ è la maestra delle scuole elementari: lei ti insegnava che V è come Volpe.

Non è vero. La maestra delle scuole elementari insegnava una prassi di ortografia e una prassi grammaticale. L’insegnante delle medie aggiungeva una strutturazione del testo più complessa, spesso aiutandosi con esercizi che rimandavano a testi presi dall’antologia. In una scuola di scrittura gran parte del lavoro consiste nella rimozione del concetto di errore (fondamentale alle elementari e alle medie) rapportando una azione al suo risultato: l’errore consiste a questo punto in un risultato diverso da quello ottenuto, ma utile magari in un altro momento. Lo ricordo: non “devi” ma “puoi”.

Uno scrittore, se è tale, rompe le norme, sfida la grammatica, incendia il vocabolario, occupa le fabbriche per farne mongolfiere.

Non è vero. Quello lo fa un rompicoglioni. Uno scrittore, se è tale, non rompe le norme: le conosce a fondo e ci lavora.

Domandina petulante: ma le scuole di scrittura non potrebbero nascere dentro le Università statali, a gratis?

Rispostina petulante: presi un mio racconto e lo inviai a una scuola di scrittura interna all’Università di Bologna per una selezione. Fu scartato. Ora fa parte, senza una virgola di correzione, di un romanzo pubblicato da Einaudi. Siamo sicuri che un docente universitario, solo perché interno all’Università (tutt’altro che gratuita: una persona per seguire un corso, a questo punto, dovrebbe pagare le tasse universitarie…), sia più capace di un docente di scrittura?

Il mio ex allievo – uno dritto – ha capito tutto. Servono a conoscere gente. Si paga per diventare amico dell’editor o dello scrittore ben introdotto negli intestini dell’editore forte. Per lavorare bisogna avere degli amici. Per pubblicare bene bisogna avere dei padrini.

Che povera persona, il suo ex allievo. Io ho pubblicato due romanzi. Il primo, per Einaudi, senza conoscere nessuno. Il secondo, per Marsilio, dopo aver affrontato un viaggio assai tortuoso. La frase sopra mi sembra pari bene il culo di chi non ha talento a sufficienza per giocare a calcio, non viene chiamato mai e si scuote la polvere di dosso dicendo che in fin dei conti, per giocare, bisogna essere amico di chi ha portato il pallone.

Per coltivare il proprio talento c’è solo una cosa da fare. Leggere come matti.

Esatto. Come per scolpire bisogna andare a tante mostre.
Sono attività attinenti, non hanno il momento creatore in comune: quando si legge, per dire, la pagina bianca non esiste – se non a libro da iniziare, o finito.

Poi, bisogna morire nella propria opera. Non ‘letterariamente’. Letteralmente.

Posto che anche no, ma una domandina. Questi qua, quando fanno qualsiasi attività nella loro vita – qualsiasi – la fanno come se non ci fosse un domani, o contemplano anche il divertimento, la pausa, l’amore, la siesta, e poi di nuovo l’impegno e poi di nuovo la siesta? Giusto per capire. Perché, ripeto, iscriversi a un corso di scrittura non necessariamente vuol portare un iscritto a pubblicare un capolavoro. Magari vuole semplicemente capire cosa pensa. Magari vuol scrivere una fiaba per suo figlio. Magari vuol scrivere un libro molto bello, di sera, mentre gli altri dormono, senza pensare che se non diventasse i Cento anni di solitudine diventerebbe un fallito. Anche perché, come dire, Cento anni di solitudine lo ha già scritto un colombiano naturalizzato messicano.

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