Ho un sogno.

Ho sognato, poco fa, che Giorgia Antonelli mi chiamava e mi chiedeva se per caso avessi un romanzo.

E le ho detto “Guarda, Giorgia, stavo giusto pensando a una storia in cui un uomo, un tale intorno ai trentacinque, si sveglia e scopre che la storia sua personale di cui ha memoria, fino al giorno prima, è tutta sbagliata. Nel senso: i suoi ricordi non coincidono con quello che è successo. Ci sono anche videocamere a mostrare che si sbaglia, ma in quest’uomo vive l’ostinazione a considerare la propria realtà come superiore in realtà al reale. Una sorta di realtà di grado secondo. Il suo lavoro sarà non solo capire come andare indietro, ma come andare avanti: è così vero che sono le nostre interpretazioni, a valere, e non i fatti?”.

Svegliandomi ho pensato: Ma non è forse esattamente la mia vita, così: intendo: un ricordo sbagliato di cui mi devo ancora rendere conto?
Mi sono svegliato con queste parole e con i DB Boulevard che cantavano Point of view; mi è venuta in mente una bellissima ragazza che conoscevo, non ne ricordo né il nome né il volto, solo la pettinatura da fumetto, seguiva i miei corsi di nuoto, aveva una tristezza infinita che la scavava come un pozzo, addosso, e amava ballare, un culo perfetto ogni volta che faceva stile, un sorriso nitido; una volta in vasca si mise a ballare questa, nella pausa tra una serie e l’altra, in piscina piccola facevano aquabuilding, avrei voluto scendere dalla scaletta, andarle vicino, dirle: permette?

Un ricordo sbagliato di cui mi devo ancora rendere conto, forse. Stamattina mi sono svegliato che era ancora scuro, il tetto del casotto di fronte era bianco dal gelo; ho finito il libro di Sara, mi sono appuntato qualche pensiero, sono andato a correre coperto come un cosacco, al quarto chilometro un anziano vedendomi arrivare si è scostato, si è messo a ridere, ha cantato È primaveraaaaa…

Mi sono messo a ridere anche io, l’ho salutato; ho continuato coi miei pensieri, che sarebbero questi. Mi colpisce in questi anni la desessualizzazione che ha colpito la figura dello scrittore – la sua ipersessualizzazione su Facebook ne è una sorta di contraltare, una faccia della stessa medaglia: lo scrittore, quale che sia la sua declinazione nella persona, diventa Scrittore di nome e quello che era il suo nome all’anagrafe non è che un accidente di fronte alla sua sostanza, immutabile; ebbene, ora egli è noto sia come uno che scopa a destra e a manca, e contemporaneamente gli è richiesta una sorta di ascesi, di [pulizia] dalla [sporcizia] del mondo.

Pulizia, sporcizia.

Nanni Mattei ha riassunto in una vignetta perfetta ciò che penso sull’argomento. La posto qui.

C’è un rapporto sospettoso, direi quasi fobico, con il sesso che viene disvelato in questa credenza relativa allo scrittore: il sesso viene ideologizzato, decontestualizzato, irriso, à la Pico della Mirandola elevato a rapporto spirituale o portato al livello sommamente bestiale; in tutto questo se ne perde il tratto direi centrale, che è quello strettamente umano. Quello strettamente umano che, come faceva notare Bevilacqua in L’eros, credo, si estrinseca nella meravigliosa “Ti sento”. Fare l’amore significa godersi la vita e la petite mort – è una condensazione dell’esistenza, la venuta al mondo, il ritmo, l’affanno, lo sciogliersi, il disunirsi; la corsa all’orgasmo è la corsa alla petite mort, ma come diceva Aristotele (o Pacuvio, non sono riuscito a risalire alla corretta fonte)

Omne animal post coitum triste est.

Potremmo correggere, risalendo all’indietro le correnti, con

Omne animal post coitum mortuum est.

E la tristezza che ne è venuta, da questa morte, è una sorta di canto sulle proprie ceneri; una magnifica malinconia, la celeste nostalgia di Cocciante (Quel lampo negli occhi, “Ciao”, D’accordo fa male, “Ciao”); malinconia dei bambini che è straziante e momentanea, la malinconia nella quale all’amata non si dice altro se non Stai qua, consoliamoci, dove vai?

Alla fine mi sento di dire, come ho scritto oggi su Instagram, che chissà perché a uno scrittore si chiede di essere superiore al sesso; gli si chiede di essere lirico o tragico, raramente comico se non per diventare una scimmia cui gettare noccioline, mai patetico. L’artista in realtà è colui che più di tutti si riflette nel reale, non si astrae da questo. Non siamo solo celesti, ma terrigni, coi piedi così sporchi; la meraviglia di appoggiare l’orecchio al pelo, sentire il suono del mare.

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