Lettera su mio padre.

Mio padre è morto il 13 novembre 2012, alle 22.34.
Mi è arrivata una telefonata da mia madre, cinque minuti dopo esattamente. Quando ho visto lo schermo illuminarsi io e mia moglie ci siamo guardati in faccia, detti È ora.
Ho risposto; mamma mi ha detto Ivano: è morto papà.
Di lettere a lui ne ho scritte – una in particolare: ma quella non è letteraria ma privata e, quindi, qui non comparirà.
Questa invece è una missiva letteraria e pubblica: letteraria in quanto si fa interprete di un sentimento privato, intimo nell’intimo, e prova a dirlo fuori.
Con questo non spero di interrompere un lutto o una sofferenza – non c’è sofferenza o lutto che io abbia interrotto mai con una scrittura. Credo, quello sì, di aver interrotto diverse volte stati d’animo indistinti (come quando portavo a spasso tartarughe per le vie di Parigi): ma per momenti distinti, fossero separazioni, troncature, sbocchi d’inimicizia, la scrittura non mi è mai servita a nulla.
La lettura, quello sì, e spesso: e quindi qui faccio il mio servizio civile regalando ad altri questo scritto (che non mi emenda da alcunché, ma credo che questo sia come chi va in Croce Azzurra, o presta servizio in qualche canile municipale: semplicemente non può fare altro).
Si chiamava Vittorio, mio padre, era nato a Castellammare di Stabia il 5 febbraio 1948; aveva quello sguardo lì e una cirrosi epatica mai diagnosticata – per diversi motivi, incluso il fatto che fosse ben più attento alla salute nostra che alla sua propria – e mai curata. La fotografia gli è stata presa nel settembre 2012, due mesi prima che tutto finisse.
Io, quando dovevo dire che sguardo avesse mio padre, dicevo sempre che aveva uno sguardo da facce ‘e cazz’. Poi ridevo: ma lo pensavo. Fumava sigarette e di continuo – e questo non lo tolleravo: non tolleravo di aver avuto, per diversi anni, i vestiti impuzzolentiti da questo suo vizio. Non tolleravo neppure che, come mille atti autolesionisti, me ne facesse tramite: mi chiedeva di andargliele a comprare e si stupiva che io non gli volessi fare questo piacere. (Poi s’arrabbiava: era un iracondo). Senza capire che io non gliele volevo andare a prendere proprio perché non volevo essere tramite di un male che passava per bene, così come non avrei comprato mai mortadella a un obeso cui piace la mortadella, o babà a un diabetico.
Poi c’è un momento strano nella vita di un uomo: ed è il momento in cui smetti di essere adolescente e diventi adulto.
(Sei una persona molto gentile, mi ha detto Chicca. Sei una merda, mi ha detto Cinzia. In mezzo, sette anni in cui ho provato a passare da adolescente ad adulto).
È il momento in cui ti accorgi che il significato della frase Tutto è relativo è tremendo e fondo; e anche i principii fermi sui quali ti sei basato per anni, quelli a cui hai dato risposte certe
D: Credo in Dio? R: Sì. Uno onnipotente creatore della Terra e di tutte le cose visibili e invisibili.
D: Squadra di calcio? R: Milan.
D: Calciatore preferito? R: Franco Baresi.
D: Atleta preferito? R: Haile Gebrselassie
e via così, diventano anche questi relativi. E quindi devi passare anche attraverso questi, perché la verità ti scava dentro e ti chiede di essere meno assolutista, come un ragazzino sul Tagadà che per fare la figura del fico debba tenersi morbido sulle gambe e in equilibrio anche attraverso le braccia mentre tutto intorno cambia.
E allora le risposte cambiano.
D: Credo in Dio? Dipende.
D: Squadra di calcio? Dipende.
D: Calciatore preferito? Dipende.
D: Atleta preferito? Dipende.
E poi a un tratto anche le domande cambiano, perché le risposte s’insospettiscono e s’accorgono che le domande sono state confezionate da qualcuno e messe in un distributore con codice a barre e tutto, ma – e questa è la cosa importante – nel distributore non le hai messe tu.
E poi a me i distributori fanno schifo. E allora le risposte pure aggressive, si fanno.
D: Credo in Dio? In quello no, cazzo. E poi cosa vuol dire Dio? Chi è Dio?
D: Squadra di calcio? Ma vaffanculo, tu e il calcio e Galliani e chi l’ha inventato.
D: …Uh… Galliani? Soprassediamo sulla… sulla terza domanda. R: Sì, soprassediamo.
Ed ecco che alla fine sei in una stanza d’ospedale e tuo padre ti guarda con quello sguardo lì su e ti dice “Mi accompagni a fumare una sigaretta?”. E tu hai quelle domande che sono fuori dalla porta ad aspettarti, e io le ho avute, in un reparto del Poma di Mantova – Reparto Infettivi, stanza 12, mi pare, o forse 15 -, e prima in Medicina 2 all’Oglio Po di Vicomoscano.
E ho dovuto lasciarle fuori: e a quello sguardo di mio padre non ho potuto rispondere che sì. Certo che ti accompagno fuori. E te l’accendo anche, quella sigaretta, se serve (non serviva) perché oggi comprerei anche la mortadella a un obeso, se serve, e un babà a un diabetico, se serve.
Non se me lo chiedono: ma se le macerie che tutta questa vicenda s’è portata con sé, se il mio furore nei confronti di mio padre che non ha cessato un istante di amarlo (come potevo, come mi riusciva, ed era un riuscirci povero e indifeso), se le macerie e il furore che ora furore non è più ma compassione devastata me lo chiedono, sì.
Pochi giorni fa, in una presentazione del mio romanzo, ho pensato e non detto questo: che non sai cosa sia l’eredità che ti arriva, perché t’arriva da dietro come il testimone d’una staffetta. Spesso ti guardi allo specchio come ti guardavano da bambino e ti chiedi se hai lo sguardo (quello sguardo…), o il naso, o la conformazione del cranio o della mascella, le spalle, che.
Io di mio padre ho ben poco. Sono venti centimetri più alto di lui, non ho lo stesso corpo, non ho le stesse mani né le stesse dita. Ma – ecco quello che avrei detto – l’unica cosa che ho potuto fare, di fronte a questa constatazione, è stato prendere i suoi vestiti più larghi e provarmeli, così come lui è stato sepolto con una mia cravatta.
Ci siamo scambiati un’eredità. Questo è quello che vedo in questo sguardo.
Ivano

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