[Racconto] L’entomologo.

Questo racconto è apparso in una veste leggermente diversa su Doppiozero, il 9 febbraio 2012.

Si dice fosse stato un veterinario, ne aveva ancora gli attestati alle pareti; si dice – ma di questo non ho alcuna prova se non la testimonianza dei miei genitori – che lasciò la professione in media età perché d’improvviso si era accorto di mal sopportare qualsiasi forma animale viva, al punto da sviluppare una allergia acutissima nei confronti del pelo di gatti e cani. Era un quartiere, il nostro, in cui i si dice erano più importanti di quanto non fosse davvero lì, allo sguardo di tutti; ma non è forse così sempre? Forse per difendersi dagli animali, forse dagli sguardi, si chiuse nel suo appartamento, assieme alla moglie, con vecchi cimeli – la foto ormai ingiallita di quello che mi spiegò essere uno psicanalista triestino, coi baffi e la bombetta e che pareva Marinetti; una scacchiera, con un libro slavo lì aperto (ma sempre alla stessa pagina); qualche ficus; qualche statua in bronzo di dei greci o romani; la foto di un uomo, forse il padre, vestito in bianco – altissimo ed elegante. Lì cominciò a studiare insetti – esapodi, diceva lui. Gli sembravano prove tangibili dell’esistenza di una entità superiore.
“Non ho detto Dio”, diceva. “Dai un nome al tuo dio e ti accorgerai che già gli stai dando una faccia, una serafino a costine, e una barba. E se guardi bene dietro la barba del tuo dio c’è il volto di tuo padre. Badaci”.
Io guardavo il crocefisso enorme che aveva in sala, e non mi pareva in contraddizione con quello che m’aveva appena detto. Un crocefisso enorme, in creta bianca, mai dipinto – come lasciato incompiuto, e col naso grezzo, lungo; mi sembrava che il suo Cristo enorme fosse più importante del mio, appesomi da mia madre in camera da letto, un cristino inerme e povero e stupido, in fondo.

Ho conosciuto l’Entomologo in un tempo in cui non ricordo nemmeno me stesso. Scendevo con l’ascensore per andare in giardino, leggendo ogni volta le avvertenze della targa in lamiera (Schindler. Portata massima, 360 kg, o 380 – ora non ricordo), e la sua porta era al pianoterra, in ombra, alle spalle di quella in acciaio dipinto di verde dell’ascensore; silenziosa sempre. Origliavo ogni volta prima di bussare; m’aveva insegnato a dare tre tocchi, poi uno, poi due. “Così ti riconosco”, mi diceva. “I rompiballe, meglio lasciarli fuori”, mi diceva.
“La vuoi una caramella?”, mi diceva; e m’invitava a entrare. Le sue caramelle non le ho mai rifiutate, e se m’avesse per un qualche oscuro disegno voluto drogare e rapire, pazienza. L’Entomologo è sempre stato tale, e con quel nome lo si può ricordare: non mi ha mai voluto dire come si chiamasse, scorrendo sopra quello come se fosse un aspetto di poca importanza, e l’evenienza che sul campanello avesse il nome Mahieux, siglato a mano a caratteri con le grazie, non significa nulla.
S. MAHIEUX, c’era scritto, e nulla che indicasse il nome della moglie; io a quel cognome non mi sono mai attenuto, né mi ha incuriosito cosa volesse significare quella Esse. Per me l’Entomologo era, e ancora adesso – visto che le persone in questo modo le ricordo, a istantanee più che a piccoli filmati nella memoria – lo ricordo che sta nella sala dalle tapparelle abbassate fino a terra, illuminata durante i lunghi pomeriggi da una sola lampada alogena, e alza con una pinzetta, simile a quelle che mamma usava davanti all’ampio specchio del bagno per tirarsi le sopracciglia, un insetto.

“Esapodi”, diceva lui. “Esapodi si chiamano. Gli entomologi studiano gli esapodi. Che poi a me interessino vieppiù gli insetti, diciamocelo, che ci interessa?”. E mi mostrava, descrivendomele con quello che pensavo fosse accento veneto e invece era triestino, le diverse tipologie d’insetto che teneva sotto vetro indicandomene di volta in volta parti del corpo e caratteristiche.
“Vedi? Questa è… è…”.
“Un grillo”.
“Se ho detto questa vuol dire che mi aspettavo un nome femminile, muss! Questa è una cavalletta, un ortottero. Come in tutti gli insetti, il corpo della cavalletta è suddiviso in tre regioni: capo, torace e addome. Li vedi qui? Uno, due e tre. Questo è il capo; questo il torace; questo l’addome. Allo stesso modo tutte le cose serie sono tripartite, ricordalo. E una cosa, per essere seria, deve essere bella”. Ci pensava un attimo. “E allo stesso modo, per esser bella, lo deve essere in modo serio. Te lo ricorderai?”.
Sì, facevo cenno con la testa. Sì. Avevo una maglietta rossa con il logo d’una vecchia ditta che non esiste più addosso; leggevo I Quindici, pensando che lì dentro ci fosse, da qualche parte, la risposta a una domanda che non osavo porre. Di tripartizioni, però, nei Quindici non si parlava; imparai lì il termine: me lo passai e continuai a ripassarlo sulla lingua, come mi passavo sulla lingua le Rossana che ogni volta scartava e mi allungava, mentre lui metteva sul piatto dischi di Lucio Dalla.

“La musica aiuta a concentrarsi” diceva; diceva “Ti diranno un giorno che non è vero, ma quando te lo diranno tu non ci credere. Te ne dicono di scemenze, in vita”. E riprendeva: “Tutte le cose serie sono tripartite”, ripartiva. “Una partita di scacchi si divide in apertura, mediogioco e finale. Se non arrivi al finale non è seria, né bella. Dio si divide in Padre, Figlio e Spirito Santo”. E pazienza se aveva appena detto che Dio non aveva nome, pazienza per il cortocircuito continuo col crocefisso e le statue pagane: so per certo che avrebbe obiettato con un cenno della mano come a dire “Non conta”, e quello era tutto. “Il Padre e il Figlio sono facili da capire, ma se ti dimentichi dello Spirito Santo non è serio. Una casa come la disegni? Guarda qua. Prendi la penna, e seguimi. Colonna, colonna e tetto. Se ti dimentichi una colonna, tac!, la casa casca. Se ti dimentichi il tetto, tac!, le colonne cadono. E non è serio, né bello”.
Così faceva, l’entomologo; poi si tagliava uno spicchio d’aglio che prendeva a masticare perché, diceva, aveva le arterie otturate come uno scarico di lavandino pieno di capelli; “Quando ti sposerai, muss, saprai come sono gli scarichi di una coppia sposata”; si faceva versare da me un bicchiere di rosso, Alza, che non siamo più in guerra!; continuava.
“Sul capo triangolare, vedi, sono presenti due lunghe antenne; ai lati di esso vedi due grandi occhi neri sporgenti. Come i tuoi, vara; no come i miei, che ormai son un bacuco. Gli oci sono fatti da tanti piccoli occhi. Anche questa è una cosa seria. Ti diranno che bisogna essere sempre focalizzati, ma tu non li ascoltare; diranno un sacco di scemenze, in vita”.
Me lo diceva sempre. Gli occhi devono essere sempre tanti. Tanti occhi per notare la realtà; per parlarne, una bocca basta e avanza.

La sala era ormai appestata da quell’odore di aglio. Per me, però aglio significava bene, Lysoform male; il Lysoform era quello che mia madre stendeva sui pavimenti di continuo.
“Mettiti le pattine”, diceva lei. Io strisciavo come un pattinatore sopra il finto granito, scivolando verso la camera da letto dove (non) avrei fatto i compiti o (non) avrei preparato la cartella per l’indomani, mentre lei impediva anche ai germi di riprodursi dentro quelle quattro mura. Quattro. Avrei dovuto capirlo che in quella casa c’era qualcosa di sbagliato in partenza.
“Vedi che belle antennine, le vedi? Le antenne sono utili per orientarsi nell’ambiente, come le vibrisse dei gatti, i baffetti, e per avvertire la presenza di predatori. Sentono il caldo e l’umidità, e servono anche per annusare e gustare. Come se ci avessi sulle corna un naso e una lingua tutte insieme”.
“Gli uomini non hanno le corna!”.
“Sì che le hanno, certo che le hanno. E quelli che dicono che non le hanno ce le hanno di spessore doppio, come stambecchi”.
“Anche le donne?”.
“Certo. Ma loro le portano con più eleganza. Perché gli uomini hanno una sola cosa bella, e le donne tre. Tre è più serio”.
Io pensavo a quali fossero le tre cose; m’interrogavo su quale fosse la sola cosa bella che portassi con me.
“Ho un bel cazzo, secondo te?” chiesi una sera a Anna. Eravamo nella doccia – l’unico posto che si potesse chiamare a misura d’uomo nel buco in cui abitavamo. La tendina ci si appiccicava al corpo, aderendo alle pelli nude – la mia gamba destra, la sua sinistra; gli anelli, per metà staccati, pencolavano mezzi bianchi e mezzi beige lungo l’asticella di plastica.  La lampadina appesa per aria come un impiccato che nessuno abbia scoperto spandeva una luce poco credibile; lei aveva appoggiato lo stereo sul bidet (ascoltava Al Green, in quei giorni) e si puliva la parte mediana della schiena cercando di arrivarci.
“Vuoi una mano?”.
“No. Ci arrivo”.
Io le guardavo i peli delle ascelle, piccoli e impertinenti, e i peletti delle gambe bisognose d’una ceretta; e in me scrutavo le mille direzioni che prendevano i peli sulle gambe e sul petto allo scorrere dell’acqua. Lei in piedi, nuda; io in piedi, nudo e bagnato, ed eccitato.
“È normale, Caino. Un cazzo normale» mi rispose, un istante prima di baciarmi il lobo dell’orecchio. Ogni tanto mi baciava anche il condotto uditivo stesso – ma per ridere. Mi faceva sempre male, quando lo faceva; poi rideva. “Assolve alla sua funzione, per fortuna. Fa quello che deve fare”.
“Lo trovi bello?”. Lo guardai. Era pulito e quasi completamente scoperto; Pronto per te, amore, pensavo senza dirlo. Quanto sono idioti certi pensieri non espressi: il loro non transitare per la lingua li rende del tutto inutili.
“Non me lo fare, questo” mi fece lei, staccandosi.
“Cosa?”.
“Sono le donne che devono fare domande da donna. Non fare la donna; siamo già capaci abbastanza noi”.
“Il torace è protetto da una porzione espansa dell’esoscheletro, chiamata pronoto”, mi spiegava l’Entomologo. Me l’avrà detto cento volte. “Perché le cavallette non sono idiote: son forti ma si proteggono. Le ali anteriori coprono il secondo paio di ali ripiegate a ventaglio e a riposo sotto di esse: il primo paio è coriaceo, il secondo membranoso. Perché le cavallette non sono idiote: hanno sempre due paia d’ali, mentre noi solo un paio ne usiamo”.
“Ma gli uomini non hanno le ali”.

Mi guardò con sdegno; prese dalla libreria che mi stava alle spalle un libro giallastro con le pagine squadernate, disse “Dov’è, aspetta”, prese a citare: “Nell’uomo nascente il Padre ripose semi d’ogni specie e germi d’ogni vita. E a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. Se sensibili, sarà bruto, se razionali, diventerà anima celeste, se intellettuali, sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito solo con Dio”. Mi guardò, e quasi tremava, dallo sdegno che lo muoveva. “Così ha detto uno più intelligente di me e di te, muss; quindi ricorda che gli uomini hanno le corna e le ali, e che possono scegliere in ogni modo cosa farne. Farsene abbellire o diventare duri come una pietra. Le corna, tenersele come un macaco o prenderci a cornate il mondo, così, zan!” e mise due dita a farsi toro.
“O appenderci i vestiti!”. Mi guardò di nuovo, ma con uno sguardo diverso – più tenero, forse.
“…o appenderci i vestiti, certo. Magari delle belle mutandine, eh? Delle belle mutandine rosine, coi loro pizzettini e i loro nastrini, eh? Ti ho già capito, io. Qual è la tua compagna che ti piace?”, e mi passò una Rossana scartata. A me dispiaceva che le scartasse, e gettasse poi in una scatola di latta a me inaccessibile le cartine rosse: attraverso quelle mi sarebbe piaciuto guardare il mondo, veder rosso anche quello.
“A me non piacciono le femmine”, gli risposi.
“Eh, la saggezza, la saggezza. Alla vostra età il vino sa di tappo e le donne di detersivo e saponette del supermarket. Ma vedremo tra qualche anno se il primo sogno strano non ti fa cambiare idea, quanto melior sit cuius vox gallulascit, cuius iam ramus roborascit. Torniamo alle cavallette, va’, che è meglio. Questo è un mondo bello: almeno queste se ne stanno sotto vetro. Delle due paia di ali, guarda, il primo è modificato in elitre con funzione protettiva, va’ che belle elitrette, perché le cavallette non sono idiote e la natura con loro, mentre il secondo è adatto al volo. Possono fare dei bei voli anche lunghi, e raggiungere la velocità di 20 km/h”.
“È come un aereo?”.
“No, gli aerei son più veloci. Arrivano fino ai 1300 chilometri all’ora. Ma l’uomo ha sempre bisogno di un orario d’arrivo, e così non si gode il viaggio. Nemmeno Ulisse, con tutti i giri che si è fatto e tutti i semidei che ha tirato scemi, s’è accontentato. Itaca, Itaca… Ma leggiti l’Odissea: il suo migliore amico alla fine è Poseidone, che gli regala dieci anni di amanti e avventure. E le carni di Circe e di Calipso – ma ci scommetterei che anche su Nausicaa s’è fatto un pensierino – mica le avrebbe incontrate se fosse rimasto nelle terre d’Itaca. Poseidone sì che gli è amico; è dagli altri, che si deve guardare. Come tutti gli insetti, qui sì, le cavallette hanno sei zampe, una due tre quattro cinque e sei, ognuna suddivisa in quattro parti principali. Quanto fa sei per quattro?”.
“Ventiquattro”.
“Bravo. Ventiquattro. La vuoi una Rossana?”.
“Ho ancora quella di prima”.
“Ah. Aspetta che la incarto di nuovo. Il terzo paio di zampe è particolarmente sviluppato e consente loro di fare ampi salti nell’aria. E questo è serio: la gioia bisogna mostrarla coi balzi, perché la gioia va celebrata come una cosa bella, sennò resti solo inanimato e brutto come una marionetta”.
“Io non sono una marionetta”.
“E gli uomini non hanno corna né ali, bravo. Tu sei una marionetta quanto lo sono tutti, quanto lo sono io, quel trapoler di tuo padre, tua madre, il siciliano del secondo piano: il giorno più doloroso della vita di un uomo è quello in cui si accorge dei fili, e quello più importante il giorno in cui li taglia. Ci sono uomini che non ci arrivano mai, né a tagliarli né ad accorgersene; questa” e indicò col dito la cavalletta “da morta ha ben più dignità di loro vivi”.

Il mondo fuori mi sembrava vento e sabbia, in quei giorni; questo era un tipico pomeriggio dall’entomologo, che piovesse o fosse Sole. Una volta mi mostrava grilli, una volta api, una volta gli insetti che io stesso gli portavo – magari dopo averli soffocati dentro un bicchiere, o interrati in un bottiglino di succo di frutta, assieme a pietruzze, in attesa che spirassero – e che mi descriveva sempre attento che non parlassi troppo.
“Non parlare troppo. Hai una voce squillante, e Emma è di là a letto. Soffre d’emicrania”, diceva; m’immaginavo una moglie che paresse un insetto lei stessa, stesa nel letto semiscoperta dalle lenzuola, mentre il corpo era avvolto da una membrana che scricchiolava a ogni piccolo movimento procurandole un critico lamento di corpo e gola.
“È una brutta cosa, l’emicrania” mi diceva lui. “Il dolore alla testa può essere così forte da portare al suicidio. Emma… forse un giorno guarirà. Ma torniamo a questa bella cavalletta, che è una cosa più seria. Gli arti possono anche ospitare gli organi dell’udito e della produzione di suoni. Come se sulle mani tu avessi le orecchie e le corde vocali, e la tua ugola, quella che sta là in fondo appesa come un salame in soffitta. Gli organi dell’udito presentano membrane timpaniche circolari e trasparenti, situate sull’addome o sugli arti posteriori. I maschi possiedono organi stridulatori sulla superficie interna dei lunghi femori delle zampe posteriori o alla base del primo paio di ali; per strofinio contro altre parti del corpo, questi organi producono suoni caratteristici, diversi da specie a specie. E tu di che specie sei, dimmi, che specie sei? E il tuo verso, buon Dio, qual è?”.
E io, su queste domande, non sapevo mai cosa dire.

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