Rosa Mountbatten.

Questo racconto, con altro titolo, venne presentato come monologo l’8 marzo 2015 a Lodi e venne poi riproposto il giorno dopo sul blog Lipperatura.

Vi racconto una barzelletta. Una roba strepitosa, eh? Che quando l’ho sentita, cioè, nel senso, me l’hanno raccontata in uno spogliatoio, io subito ho riso come un matto, ah ah!

Ci sono due donne. Che con l’8 marzo, intendo, ci casca anche a fagiolo. Ci sono due donne, che, vacca quante donne in sala. Belle!

Ci sono, comunque, in questa barzelletta, due donne. Due. Entrambe, voglio dire, femmine. Le due donne vanno dal coso, come si chiama, quello che vende la frutta e la verdura, presente? Il fruttivendolo, sì. Quello che sta in via Villa Santa Maria, davanti alla gelateria, che poi all’angolo c’è il distributore della cosa, della Tamoil. Ma non conviene. C’è quell’altro, sì, è a dieci chilometri, ma capace che paghi il pieno sette, otto euro in meno. Sette o otto. Cioè: fai te. Che poi, al giorno d’oggi, uno mica fa il pieno sempre, no? Che c’è la crisi. E poi se guidi come me, che c’ho la guida sportiva, allora ciao. Allora ciao.

Io non ce l’avrei neanche, la guida sportiva, che quello della scuola guida mi diceva Accelera! Pesta un po’! Accelera! Cambia marcia, dài! Che qua ci sono i settanta, mica i trentasette… Ma i miei amici dello spogliatoio mi han detto: Te, se pesti in macchina, con la macchinina che c’hai, le donne, in orizzontale. Matematico. E allora, come dire, ci siamo capiti, no? Ah ah! Comunque. Ci sono queste due donne dal coso, dal fruttivendolo. ‘Sta barzelletta mi fa morire, mi fa. E ci dicono, al fruttivendolo: senti, fruttivendolo, mi dai – o, meglio, ci dai, visto che siamo in due, due donne come abbiamo detto prima – due banane? E allora niente, fanno la loro spesa, che comunque magari, che ne so, ci hanno i loro bei maritini a casa, tutti compìti, che se ne tornano sicuro stanchi morti dal lavoro, magari, che ne so, hanno anche i figli che stanno facendo i compiti con la televisione accesa, Spegnila questa televisione vacocane che poi mica ti concentri, è una questione di coso, di cervello, che mica lo sai che il cervello umano al massimo capisce tipo il 13%, e se già usi l’11 per i cartoni dimmi cosa rimane, eh, dimmi cosa rimane, il, il papà rimane, il papà, e il marito prende il telecomando per spegnere e invece abbassa, c’ha una fetta di pane in bocca che sbriciola tutto il divano, e poi una tacca e una tacca rialza perché i bambini ripetono e lo disturbano, e allora stai attento e colora nei margini, abbassa, adesso ripeti cosa sono le ziggurat, abbassa tato, vai con Romolo Numa Pompilio, su, il perimetro del cerchio, ‘ste cose qua, e intanto il marito davanti alla tv che si guarda l’Isola dei Famosi e vorrebbe essere Rocco e menare la Rachida, e vabbè poi c’è quella là, tutta scosciata, ma li sai i maschi, e per lui è questione fondamentale, stacci dietro te ai bambini che io guardo cosa fa la Rachida, Va’ che è svenuta, Va’, e io lo so che non guarda mica la Rachida, lui, lo so, un occhio sulla Rachida e un occhio sulle due Rachide di quella là, e poi riprende È che son stanco perché è tutto il giorno che son fuori, tutto il giorno… È una questione di ripartizione, di esigenze, io le conosco le esigenze, no? E allora dicevo che queste due, due donne, comprano, che ne so, del rapanello, che qualcuno chiama ravanello, del sedano rapa, qualche barbabietola, il cavolo nero che per fare la ribollita è la sua, qualche pera, qualche mela, mi dia un pomodorino però no come l’altra volta che era nero dentro, fiouel d’un can, no le albicocche non me le dia mica che non è stagione, e escono.

Sì, cioè. Pagano e escono.

E niente, una delle due, in questa barzelletta, facciamo finta che è la più giovane, di sicuro sotto i trenta, o appena lì, bella fresca, perché sotto i trenta, ah ah!, lo sanno tutti, la donna è bella frescolina con tutte le robine al posto giusto, one banana two banana three banana four, che io me le ricordo all’università, quell’aria comunista e la voglia di cambiare il mondo e passare Psicologia generale, quelle di psicologia c’era da far la fila, quelle di giurisprudenza lasciamo stare, che quelle di giurisprudenza se non parcheggiavi la SLK in via Zamboni non ti facevano annusare neanche il maglione, avevano quei maglioncini attillati tipo rosa, che le donne se tu ci dici rosa ti guardano come se tu avessi parlato di una roba horror, che ne so, un gattino schiacciato ai bordi della strada, una nutria sotto il letto che si faccia gli incisivi sulle pantofole, che le donne sono un po’ come gli animali, ma capitemi, in senso buono, che loro hanno una percezione del colore tutta loro, e allora per noi il rosa è rosa, e te dici a un maschio, tipo me, no?, bello prestante, che c’ho l’abbonamento in palestra da ormai dodici anni, tessera Gold, entra ed esci quando vuoi e accesso sauna a gratis, ci dici Di che colore è la pelle? E lui ti risponde, bello allegro, Rosa!, e ci dici E dimmi, dimmi, Mario, che è il mio nome, Mario, un nome se volete un po’ banale, ma mio padre era così, un uomo un po’ banale venuto su con i pantaloni sempre stiratini e quell’aria rinsecchita che pareva, ecco, se volete una metafora chiara di mio padre dovete pensare alle foglie secche sui cuscini del dondolo in giardino, quello era mio padre, una foglia rinsecchita sui cuscini del dondolo in giardino con un amaro Averna tra le mani, quello era, e dicevo, se mi dici E dimmi, dimmi Mario, di che colore è il cielo la sera, ma tipo durante il tramonto?, ti rispondo Rosa!, e se mi dici E dimmi, dimmi Mario, di che colore è il fiore?, io dico Dipende!, bello contento, e se mi rispondi La rosa! Io subito scatto all’erta e dico Rosa! Rosa! E se mi dici Dimmi, dimmi, Mario, di che colore è la sabbia, io ti rispondo Marrone, che va bene uomo ma pirla no.

E invece no, le donne ci hanno la gamma, hai capito?, in questo le donne si salvano, è un po’ come gli animali coi segnali, all’interno della foresta, che è un po’ come se siamo tutti abitanti della foresta, loro vedono una vibrazione del verde e la pupilla tac!, si allarga di colpo, gli aculei escono o gli artigli, si bloccano in posa e anche il respiro si ferma, i tendini diventano tutti tendinei, e loro hanno la percezione del pericolo, e invece le donne si girano intorno e mica vedono il rosa, no, loro vedono il rosa rosa, poi il fucsia, che è un rosa un po’, tipo, strano, mettila così, è un rosa con una patina erotica spalmata sopra, poi c’è il rosa arancio, che è un po’ rosa e un po’ arancio ma che per noi maschi è, fai conto, il colore del gelato al melone, solo un po’ diverso, che a me il gelato al melone, per dire, mi piace un casino; e poi c’è il rosa Mountbatten, su cui sorvolo, ma che è, diciamo, un po’ come le labbra di una bambina quando ha freddo al mare e batte i denti, e tu la smetti di pensare alle cose tue perché in quel momento, in quel preciso momento lì, diventi una persona che può di fronte a una persona che ha bisogno, e allora ti chini e le dici Aspetta, copriti, nano, prendi questa, e la ricopri con la tua asciugamano, e le vedi un altro rosa emergere sulle gote, un altro rosa che ha un altro nome anche per te, e allora lo chiami, quel rosa lì delle gote, rosa riconoscenza, pensa che bel nome per un bel colore, il rosa riconoscenza.

E poi c’è il rosa pastello, le donne lo riconoscono eccome, il rosa pastello, che è il rosa con cui disegnavano da bambine trent’anni fa, o quaranta, che i banchi avevano un foro là in alto, sulla destra; noi ci mettevamo le dita, ditine piccoline delle manine piccoline, magari in mani chiuse a pugno per passarci, che a volte correvi anche il rischio che il grembiulino si strappasse, e invece loro mentre coloravano e canticchiavano tra loro le canzoni del Miominipony o di Candy o Candy, è zucchero filato è curiosità, loro guardavano il foro e dicevano Maestra!, maestra!, venga qua, guardi, che cosa è questo buco? E la maestra, che forse era la centesima volta che le facevano questa domanda, la maestra che aveva le venuzze sulle mani di un meraviglioso rosa Mountbatten prendeva sul volto un colore rosa pastello e sulle gote un rosa riconoscenza che forse era un rosa un po’ più sfumato, un rosa reminiscenza, e diceva È il foro del calamaio, tesoro, e noi cosa fosse il calamaio l’avremmo scoperto solo vent’anni dopo, ma era una bella parola di quelle che ti riempiono la bocca, una parola meravigliosa in un’assenza, una parola dove una volta c’era un qualcosa che non c’è più, calamaio, calamaio, calamaio…

Comunque nella barzelletta, eravamo alla barzelletta, no? Ci sono queste due donne che hanno queste due borse piene di verdura, guardale che escono, una è un po’ più giovane, metti che sia sulla trentina, e per una piccola forma di galanteria apre la porta all’altra, ma lo fa in maniera quasi casuale, apre la porta col gomito perché il tizio che la potrebbe aiutare sta comprando le noccioline, e l’altra è un po’ più avanti cogli anni, ne ha cinquantadue e ne dimostra cinquantadue, è una donna meravigliosa di cinquantadue anni, con le occhiaie sotto gli occhi che dicono di questa donna meravigliosa di cinquantadue anni che ha cinquantadue anni, e non è il volto di mia madre a cinquantadue anni, perché mia madre a cinquantadue anni era una madre di cinquantadue anni di un figlio ventiseienne, tipo me, no?, ma senza l’abbonamento Gold, e di un figlio ventinovenne e di una figlia ventiduenne che fai bello, studia che ti laurei presto che questo non è mica un mondo per donne, ti tuteleremo dandoti la casa che questo non è mica un mondo per donne, vorremo bene a tuo marito ma lo controlleremo in silenzio e guarderemo in faccia te perché questo non è un mondo per donne, e di un’altra figlia, pensa te, soltanto quindicenne, la piccinina, solo quindici anni e qualche diottria in meno per un parto nemmeno settimino che poteva darle la deficienza o la miopia e grazie, Signore, grazie perché porta quegli occhialoni, quegli occhialoni e la sciarpa che la fanno sembrare sgraziata, un usignolo dal volo ancora storto, e, quella donna cinquantaduenne là che è mia madre è moglie a cinquantadue anni di un uomo infartuato che non sarebbe stato più solo dieci anni dopo, e come fai a dire a una donna di cinquantadue anni, che è nel fiore degli anni, un fiore di un colore rosa scuro, il rosa del sangue che è passato tra le vene e si è a volte un po’ diluito, a volte un po’ inscurito, il rosa di un sangue che a volte si è fatto rosso pompeiano e a volte quasi nero, a volte quasi nero calamaio, per tutti i cancheri che ha dovuto tirare e per le volte che si è sentita chiamare troia alla rotonda, lei aveva la precedenza e quello no, quello lì aveva i triangolini in basso che vuol dire che devi aspettare, devi aspettare tu, non io, sei tu, ma quello aveva un’altra cosa che si chiama femminile ma è maschile, e si chiama fretta, una volta, pensa, la chiamavano prescia, Andiamo che ho prescia, dicevano, e la esse vicino alla c, due consonanti entrambe dure, una strisciante, una cocciuta, si ammorbidivano insieme e allora sì diventavano femminili, e invece adesso la doppia t di fretta, e la effe e la erre che vibrano insieme, diventano una roba tutta di rabbia, anche questa femminile e anche questa tutta maschile, e allora la donna col sangue nero calamaio, e un buco fondo in alto a destra sul cuore in cui una mano non la infili più, sai cosa fa?, si blocca nella rotonda con la testa contro il clacson e si mette a piangere, perché lei il sangue, lo sai, lo voleva color pastello, e lei troia non lo è mai stata perché non c’è mai riuscita e a volte le avrebbe fatto comodo, e lei questo non se lo meritava, che a cinquantadue anni, comunque, mia madre o non mia madre, non è giusto in ogni caso esser moglie di un uomo che dieci anni dopo non sarà più, perché te l’uomo accanto lo vuoi, ne hai il diritto, hai anche in quanto donna una sensibilità verso gli odori, e sostituire la gamma emozionale e quella dei colori con la gamma dei colori di una fotografia su cui ogni tanto piove, ogni tanto nevica, ogni tanto il sole picchia come la prima volta che siete andati insieme in campeggio e come suonava la chitarra lui non te lo toglierai mai dalle orecchie, tous les garçons et les filles de mon age e Reginella, e così ti chiamava lui quando poi facevate l’amore in silenzio quasi tra le tende non fosse stato per quel nome, Reginella, e sostituire l’odore della pelle del tuo uomo, a volte sgradevole e a volte gradevole, con l’odore di una pietra, te te lo meriti esattamente come prendersi della troia alla rotonda solo perché ti sei presa una cosa che era tua, ossia la precedenza, ossia zero, te lo meriti, zero.

Ma quella donna di cinquantadue anni non è mia madre ma è una donna, dico quella della barzelletta, che è madre pure lei, ma è una storia che preferisce non dire, a volte, lo sai, a volte le cose semplicemente non vanno bene, non gliene faccio una colpa, dice, e guarda in basso, è questione di un momento ma guarda in basso, per carità, il lavoro le va anche bene e ora sta provando a uscire con uno, quasi di nascosto perché a volte le cose le devi fare di nascosto dalla vita, le devi proteggere dalla vita perché hai paura che la vita te le tolga di mano, la vita a volte è cattiva ma a volte è solo sbadata, a volte avere a che fare con la vita è come comprare le uova e metterle in fondo al sacchetto della spesa, e cazzo va bene che la vita insegni ma mai una volta che impari lei, eh?, mai una volta, e intanto l’incarnato le diventa improvvisamente di un rosa pallido, non gliene faccio una colpa, dice, è una specie di tormentone come quello di quando venti o forse trent’anni prima andava in discoteca, le piaceva ballare, non che avesse conosciuto il suo ex marito ballando, eh?, no, l’aveva conosciuto durante una manifestazione sindacale, c’era anche puzza di petrolio per le vie di Milano e gli attacchini sembrava avessero dimenticato di fare il loro dovere, sembrava, in quell’angolo di via Cenisio, quel giorno, che i ghisa e gli attacchini e i postini e quelli che ti consegnano l’acqua si fossero tutti arresi allo smog e alle raccolte punti e all’accoppiata Bis e Il pranzo è servito, roba che l’eros, con le manifestazioni sindacali, non è che ci vada esattamente a nozze, innamorarsi di un uomo durante una manifestazione sindacale a Milano, con quella nebbia leggera che trascolora tutte le persone e le fa diventare un po’ persone e un po’ fantasmi, un po’ persone e un po’ fantasmi, ma lui aveva protestato balbettando, a voce alta balbettando, e a lei un uomo che protestava balbettando non era capitato mai, mai in vita, lo aveva descritto come una moka che è uscita quasi tutta e sputa le ultime, c-c-caffè, aveva quei baffi poi sul labbro che poi si era tagliato appena sposati, gli uomini non capiscono un cazzo a volte, e comunque tornerebbe domani a ballare perché a lei ballare è sempre piaciuto, sai, sentire la musica e la spina dorsale che diventa una specie di tastiera Yamaha dei suoi desideri, lì c’è un bemolle, lì c’è un altro bemolle, come sono belli i desideri in Mi minore, il Mi minore le apre desideri belli come quando su Milano piove quella pioggia che solo la Madonnina là in cima riesce a ripararsi sotto la sua aureola, mia Madonnina con le tue manine d’oro, ma non le piace il suo culo, è un peccato perché ha un bellissimo culo, lo ha pensato anche quello che comprava le noccioline, non ha aperto la porta a quella più giovane perché stava pensando, ma con delicatezza, eh?, al culo di quella di cinquantadue anni, pensando a lei ha detto ma tra sé Va’ che bella donna, Va’ che belle occhiaie, deve avere, tipo, cinquantadue anni, e Va’ che bel culo, ma a lei il culo non piace, il suo, e poi ha pensato, una sera che si era anche preparata per andare, aveva bevuto un mojito, le sono sempre piaciuti, i mojito, il mojito con un trasparente intenso e con un verde menta delle foglie e col fucsia della cannuccia, che è come il rosa ma con su una pennellata di erotismo, ha pensato Che sciocca che sono, ha pensato, come si fa ad accordare nella vita di una donna, davvero, Sugar baby love con il suo doo-wop con Rhythm is a dancer, che già fai fatica, e poi ad andare a Gigi D’Agostino? C’è un mondo tra De Andrè e Gigi D’Agostino, e non puoi, perché quel limite si chiama pathos e tu diventi patetica… E allora è rimasta seduta sul suo letto, suo figlio non c’era ma aveva lasciato le Converse corallo in disordine, e il mojito coi suoi verdi e trasparenti e fucsia non l’ha neanche finito, lo ha vuotato nel lavello e poi ha passato la spugna, perché sai, poi l’alcool lascia sempre quello strano odore…

Ma stavo dicendo della barzelletta. Che ci sono queste due donne, no?, che escono dal fruttivendolo, ora che ci penso ha anche la promozione sull’acqua, interessante, te la portano anche a casa che è una comodità, che se devo aspettare che l’acqua la porti a casa lui che piuttosto beve dal lavandino, come si dice, te saludi Maria, e una ha due meravigliose occhiaie che sembrano due isobare e la faccia stropicciata come mille lire, ha una tensione nascosta che ogni tanto le isobare escono sotto i mille e tredici e l’acqua comincia a inondarle il viso, lei non può e non vuole ma le inonda il viso, e a volte vorrebbe scorticarsi o scorticare il mondo come faceva da bambina quando da suo padre, come le manca papà, andavano in giardino e lui le mostrava le piante e gliele faceva annusare e le indicava i nomi, Te non sei mica come quel deficiente di tuo fratello, le diceva, e lei s’intristiva e le scendeva un punto d’isobara, ma uno, e allora lui le diceva Ti piace il pesco, Ti piace il limone, Ti piace l’oleandro, quello è un frassino e via dicendo, e lei si divertiva con un pennarello a scorticare la corteccia dove aveva lasciato un’apertura e ripetersi intanto il nome in una cantilena, pesco, oleandro, frassino, limone, che per me in fin dei conti son tutte piante, buone magari quando ne hai presa una grossa per pisciare, l’uomo per pisciare ha bisogno comunque di un supporto verticale, l’uomo è fatto per la verticalità che gli ricordi che la vita può impennare, le donne hanno bisogno dell’orizzontalità, di un mare agitato da guardare e dirsi, e giù di dieci isobare e forse cento, Papà dove sei andato, o A volte le cose nella vita semplicemente non vanno bene, o Quanto mi mancano i Mi bemolle, o In fin dei conti Gigi D’Agostino non è male, o, che ne so, A me il mio culo piace, a me piace davvero, mi piace. E no, non lei ma l’altra, quella un po’ più giovane, nella barzelletta, ah ah!, che ridere, mi fa morire questa barzelletta, l’altra, che è un po’ sformata nel suo corpo che era stato di ballerina che avessi visto i plié che facevo, pas de chat, pas de chat, ma sai, il parto è stato difficile, ho messo su quattordici chili e ancora qualcuno non è sceso, qualcuno è rimasto, e al lavoro è stato difficile dirlo, all’inizio, all’inizio avevo solo detto che ero ingrassata un pochino, sono ingrassata ma un pochino, così ho detto, e davanti alla macchina stavo un po’ attenta, la cardatrice a volte può essere infame, invece che toccare la macchina con la pancia diciamo che la sfioravo, e secondo me il capoturno aveva capito – da come si grattava la barba e dagli sguardi che faceva, ma al principale queste cose mica dispiacciono, intendo, che una donna ingrassi, anzi, a lui le donne piacciono così, un po’ floride, così dice la donna un po’ più giovane alla donna di cinquantadue anni, un po’ floride, e il principale ha riso e ha detto Basta che non ti fai riempire, eh eh!, e lei ha sorriso ma dentro di sé ha pensato Da adesso in poi non posso più star male per queste cose, da adesso in poi il mondo non sarà solo il terreno madido d’acqua e sporco che pesteranno i miei piedi ma anche il terreno sporco e madido d’acqua che pesteranno quelli piccoli di questo qualcosa che ho in pancia, nell’utero, e prima lasceranno solo le mie orme ma appesantite, poi saranno sei orme perché avrà da caricare su piedi e ginocchia e mani la gravità di un’intera esistenza, siamo gravi, così ha pensato la donna di trent’anni più o meno, che ha un diploma in lingue e tre esami in Scienze della formazione, siamo gravi e le nostre parole possono essere gravi e gravide quanto noi, e da ora in poi il mondo non farà più male solo a me ma anche a questa cosa che tengo in pancia, così lo chiamava, questa cosa che tengo in pancia, e si è resa conto che ogni mese questa cosa che tengo in pancia cambiava nome.

Al primo mese lo chiamava: nulla.
Al secondo mese lo chiamava: il fagiolino.
Al terzo mese lo chiamava: il mio fagiolino.
Al quarto mese lo chiamava: il mio fagottino.
Al quinto mese lo chiamava: lui, o lei. Speriamo non loro.
Al sesto mese lo chiamava: oddio, oddio, speriamo non loro, perché al sesto mese il lavoro l’ha dovuto abbandonare.
Al settimo mese lo chiamava: il mio angelo.
All’ottavo mese lo chiamava: il mio principe.
Al nono mese lo chiamava: Eleonora, o colei che mi ha fatto allargare la pancia di dodici centimetri, colei che come un essere possidente nei confronti di un posseduto è uscita dalla pancia ed è entrata nel mondo, liquida e urlante, viola e rosa Mountbatten e con qualche capello già lungo, dannata a esser femmina fin dalla prima sberla. E quando ha cominciato a chiamarlo Eleonora, e quel pancino così delicato si è allargato e allargato perché Eleonora di uscire non ne voleva sapere e aveva deciso di giocare a Tarzan con il cordone ombelicale, a quel punto la donna giovane ha detto che avrebbe accettato di convivere con una pancia con un taglio di dodici centimetri. E si è scoperta, la donna più giovane della barzelletta che davvero, da sbellicarsi, la donna più giovane della barzelletta si è scoperta con un nuovo sentimento in dotazione, che non aveva preso da nessuna parte e che se lo dovesse descrivere adesso lo descriverebbe come lo sguardo di un cane lupo che considera se attaccare o meno, attaccare o meno a seconda che la mano si sporga di un centimetro di troppo, il problema non è l’intenzione, il problema è il centimetro, e può decidere che sì, attaccare, e può decidere che no, non attaccare. E quel sentimento lì, incredibilmente, una sera in cui si sentiva il cuore come un tappeto di catrame e gli occhi come braci sfumicanti in un camino e si è nascosta a fumare nello scantinato di casa sua mentre suo marito preparava qualcosa da mangiare di veloce, e sua figlia colorava fuori dai margini e sul tappeto, sedendosi a terra con il pancione lasso e la voglia di rientrare lei stessa in un qualche utero che non l’aveva mai contenuta, mai, quella donna di cui parlavamo poco fa quel sentimento lo ha chiamato con un nome che non avrebbe mai pensato, ossia: rosa delicatezza.

E allora in questa barzelletta ci sono due donne che dopo essersene andate dal fruttivendolo controllano la spesa, rovistando dentro i sacchetti, e fuori le vetrine sono per noi colorate e per loro, nel loro essere al mondo, sono turchese scuro o verde veronese o rosso vermiglio o asparago e il cielo è argento e ardesia insieme, queste donne controllano la spesa, da morir dal ridere, e tirano fuori le banane.

Loro due, no?, tirano fuori le banane. Le banane che avevano ordinato. Loro due, la donna cinquantaduenne con le isobare al posto delle occhiaie e un corpo che un giorno, forse un paio di giorni prima, si è scrutata col telefonino per segnare, con un video che preserva sul telefonino col nome anonimo p001.avi, il passaggio del tempo.

Da morir dal ridere.

La donna cinquantaduenne ha preso il telefonino, giusto due giorni prima, una sera, dopo aver controllato che il figlio non fosse in casa e aver chiuso a chiave per evitare incursioni dell’ex marito, che le chiavi non le ha mai volute riconsegnare, dice “Se succede qualcosa di grave”, così dice lui, e allora se le tiene le chiavi col portachiavi di gatto che anche quello era di lei, ma non gliene faccio una colpa, dice lei, non gliene faccio una colpa; e si è sdraiata sul letto, che barzelletta spassosa, quando me l’hanno raccontata giuro che quasi mi piscio dal ridere, si è sdraiata sul letto dalle coperte bianco per me e bianco di zinco per lei, che le ricordano il colore del vestito del padre quando andavano alla messa la domenica pomeriggio, bianco di zinco perché, diceva lui, dobbiamo ripulirci dalle nostre origini di carbonai, quanto mi manchi, papà, quanto mi manchi, io non ce la faccio a dire quanto mi manchi, mi si blocca l’intero corpo, papà, l’intero corpo che per metà è tuo; e quella donna lì di cinquantadue anni, sulle lenzuola bianco di zinco e con al posto della testiera, una roba che veramente, quando me lo dicono nello spogliatoio, noi tutti maschi che col testosterone ci riempiresti una bagnarola, al posto della testiera ha un Rothko perché i bianchi e gli arancio e i nero su fondo blu per lei sono finalmente nitidi, finalmente netti, e ogni bianco è un bianco che sa di storia e ogni arancio è un arancio che sa di storia e ogni nero è un nero che sa di storia e ogni blu è un blu che ammanta le storie, le sostiene, da morir dal ridere, le fa quasi galleggiare, la donna di cinquantadue anni della barzelletta nuda sul letto ha preso il cellulare e ha cliccato sull’applicazione fotocamera, poi ha scorso il dito verso il basso per il video, e poi ha cliccato sul tasto rosso e atteso che lo 00 dei secondi diventasse 01; e da quel momento in poi la donna dei cinquantadue anni ha cominciato a filmare, illuminata dal quadro di Rothko e dalle lenzuola bianco di zinco, l’intero corpo suo, e le poche parole che diceva non erano Reginella ma Questo è il mio collo, ha detto, e Questo è il mio petto, ha detto, e Questo è il mio capezzolo, soffermandosi sulla sua forma che l’ultimo compagno che ha avuto ha coccolato tanto; e Questo è il mio ombelico, ha detto, e Questa è la mia pancia, ha detto, e Questa è la mia figa, ha detto, così, soffermandosi sulla parola, indecisa se trovarla bella o stupida, e decidendo, alfine, di dirla, perché quella parola se l’è sentita sulle labbra perfetta come lei, bella o stupida, bella o stupida, Questo è il mio ginocchio, bella o stupida, Queste sono le mie cosce, bella o stupida, e poi su verso i miei capelli, bella, bella, stupida.

E allora questa donna di cinquantadue anni estrae dal sacchetto, no?, le banane, e dice alla sua amica di trent’anni più o meno, quella di prima, quella del taglio, quella della sigaretta fumata finché non si è scottata le dita, che ha ancora un piccolo segno vicino alle cuticole, le dice “Si è sbagliato, il fruttivendolo, ci ha dato tre banane invece che due”.

E allora tutte e due dicono, quasi insieme, o forse è quella dell’isobara che lo dice per prima, adesso non ricordo, che ridere nello spogliatoio, che ridere, dicono, tutte e due, una a cui manca ogni tanto quell’uomo, non quello che ha sposato ma quello che era prima, il balbuziente urlante, e l’altra che deve anche pulire il divano dalle briciole, sono stanco, dice lui, sapessi io, pensa lei, l’una o l’altra o l’una e l’altra insieme dicono, insieme, sì, me lo ricordo, era insieme, dicono, dopo aver detto “Si è sbagliato, il fruttivendolo. Ci ha dato tre banane invece che due”, dicono, “E va bene, dai, una ce la mangiamo”.



E io ho riso, nello spogliatoio, e poi mi sono coperto con l’asciugamano che sapeva di testosterone e tristezza, e me ne sono andato chino con la sacca sulle spalle e l’abbonamento Gold in tasca. E ho pensato, mentre tornavo in macchina con la mia guida sportiva, ai sessanta in terza, ai cento in quarta e via andare, i giri mai sotto i tremila, le donne in orizzontale, tutte, in orizzontale, e sono arrivato alla rotonda, la rotonda che ha scritto Giardino curato dal prosciuttificio Grandi, e ho visto mentre arrivavo veloce che c’era un’auto ferma in mezzo alla rotonda e una donna che piangeva con la testa appoggiata al volante, l’ho accostata, lei si è accorta di me, avrà avuto una cinquantina d’anni, Scusa, mi ha detto, ho pensato No, no, scusa tu, e ho pensato a lei la sera dopo, e sono dieci sere che torno a quella rotondina, dieci sere che invece che usare l’abbonamento Gold, sempre in forma, torno a quella rotondina, in silenzio, l’autoradio spenta, i giri a mille e due, e spero di rivederla, rivederla e dirle che quando verranno a prenderci sarà bello non nascondersi, quando verranno a prenderci, tesoro, sarà bello non nascondersi, quando verranno a prenderci sarà bello non nascondersi,
Quando verranno a prenderci sarà bello non nascondersi.
Quando verranno a prenderci sarà bello non nascondersi.
Quando verranno a prenderci sarà bello non nascondersi.

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